In questi tempi un po’ cupi e tristi, tra guerre, massacri, genocidi e distruzione del pianeta, in un mondo fatto di immagini, di chat AI e algoritmi, c’è una cosa che veramente mi manca. È l’approccio con la musica, anzi, dentro la musica. 

Quando andavo all’Istituto commerciale non vedevo l’ora di tornare a casa e mettere su Atom Heart Mother. Ah, se avessi immaginato che un giorno avrei conosciuto David Gilmour, forse davvero avrei mollato baracca e burattini e mi sarei dedicato completamente alla musica. Mi dico spesso che avrei voluto nascere dieci anni prima, per essere catapultato nel bel mezzo delle grandi rock band. Proteste culturali potentissime, con i cantautori nazionali che traghettavano milioni di giovani. Una bomba socioculturale che ha plasmato la mentalità dell’occidente. 

E poi c’era la disco music: avevo vent’anni e per un breve periodo ho fatto anche il disc jockey alla Bussola; ero affascinato da quel mago di Giorgio Moroder: fu proprio lui che scoprì Donna Summer, ha scritto colonne sonore e canzoni per film di successo, da Top Gun a Flashdance, ha vinto tre premi oscar; insomma, da fargli un monumento. E chi pensa che la musica elettronica sia figlia del nostro tempo, provi un po’ ad ascoltare i Kraftwerk e ancora prima i NEU con Hallogallo. 

Il Krautrock era musica con l’uso di suoni e rumori provenienti dalla realtà quotidiana. Musica a volte cruda, difficilmente ascoltabile; non era certo l’armonia delle note a contraddistinguerla. Quella durezza che nulla aveva di romantico, di sentimentale, anticipava in un certo qual modo il movimento che tanto ho amato in quegli anni. 

Poi arrivò il movimento, quello sconvolgente urto, era il punk; tanto l’ho amato che ancora oggi lo ascolto e un brivido mi scende lungo la schiena. Penso ai Clash, punk con cervello, penso agli americani Ramones: forza esplosiva in brani che a volte durano non più di un paio di minuti. Quando gironzolavo per Londra ero affascinato da quei personaggi stravaganti con trucchi pesanti e capelli colorati all’insù e anch’io stralci di quella vita l’ho vissuta. I testi dei musicisti erano provocatori, irriverenti, beh diciamo, noi eravamo ribelli veri, volevamo spaccare il mondo con i nostri capi in pelle, jeans strappati, borchie e spille infilate nelle guance. Più o meno mi ero presentato così all’esame di seconda classe all’Istituto per il commercio. Ovviamente mi hanno bocciato. E io ho cambiato scuola, anzi: sono stato costretto a cambiare scuola. Il teppistello in me agognava una nuova società, ma come doveva essere fatta questo non lo sapevo minimamente.  

Non era la musica l’epicentro, ma un modo di vivere contro la società, contro la queen, contestatori sociali pervasi da un senso di disillusione, contro un mondo fatto di perbenisti e benpensanti. Sì, è vero: ero un fuori di testa, e con il mio amico Lorenz, pace all’anima sua, avevamo fondato i Monkeys and donkeys. La notte andavamo in giro a prendere a calci gli specchietti delle auto di lusso, a farci di tutto e scolare bottiglie di whisky. E a disfare la macchina della nostra povera professoressa di Gais. Non le ho mai chiesto scusa. Forse è venuto il momento di farlo. 

Ah, benedetta gioventù. Ma adesso è come ieri: vorrei che la musica tornasse ad aprirci le porte di un futuro radioso e non bellicoso. Come quella del grande e immenso Lonnie Holley, uno stregone magnetico e imprevedibile, uno degli interpreti più sconvolgenti che la musica d’oggi può offrire. Spirito nero tra le paludi di una black music ancora vera e sincera. Il suo flusso sonoro, capace di annichilire anche il più scafato dei rapper, mi accompagna da tempo. Vi lascio dunque con Holley che dice: “Umani vi prego ascoltate, perché a volte è giusto interrogarsi nel profondo, vi invito ad andare più a fondo che potete, perché credo che più in profondità andiamo, maggiori sono le possibilità di capire”.

Ecco, la profondità. In questo mondo in cui ormai dappertutto si tocca, ci vorrebbe molta più profondità. Perché il nostro appoggiare i piedi ovunque ci standardizza, ci omologa, ci appiattisce, ci anestetizza e ci rende incapaci di reagire alla barbarie che ci circonda. Oh, quanto vorrei che le nuove generazioni si lasciassero prendere di più dalla musica, quella vera e buona. Perché in giro c’è, basta saperla ascoltare. Oh, quanto vorrei che la musica tornasse a tuonare contro le guerre, a diffondere quel senso di pace di cui abbiamo tanto bisogno. Oh, quanto vorrei che dessimo alla pace una possibilità, come cantava John Lennon e che imparassimo di nuovo a capire che le risposte soffiano nel vento e noi dobbiamo fermarci per ascoltarle. Sì, le risposte ci sono, e noi dobbiamo aprire bene le orecchie, prima che sia troppo tardi. Let the music play…

Ma di musica vi parlerò più dettagliatamente in una delle prossime puntate del mio Podcast. Eccolo qui, https://salto.bz/it/costadiscordia, se vi va di ascoltarlo

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