Cosa resterà tra cento anni di questi anni nostri?
I nostri sono anni smarriti dentro il tempo che viviamo oggi e solo oggi, scordando il passato, forse persino rinnegandolo, ed evitando il futuro.
Viva la montagna, diciamo oggi che nelle pianure fa caldo, viva la montagna, diciamo oggi che è di moda, viva la montagna, diciamo oggi che è “destinazione”. Viva la montagna purché essa ci permetta di vivere, e di vivere bene. E nel nostro attimo intensissimo, che fatichiamo ad assaporare perché già aneliamo al prossimo, ci scordiamo del domani. Dovremmo lasciare il mondo migliore di quello trovato. Eppure, ben consci che il mondo così com’è oggi non va, o non potrà andare avanti per molto, stiamo fermi.
La Ladinia ha una sua profonda mitologia. In questa mitologia vivono le Ganes, spiriti dei boschi e delle acque: creature né del tutto umane né del tutto fantastiche, misto di entrambe le cose, a ricordarci che l’uomo non può slegarsi dalla natura che lo circonda. Una leggenda racconta di un mago che, innamoratosi di una Gana, prova con inganno a farla sua. Nel momento decisivo dimentica il travestimento che lo dovrebbe celare e la ninfa sfugge per sempre. Per rabbia distrugge e fa a pezzi tutto quello che sta intorno a lui. Siamo noi i nuovi maghi del tempo presente, convinti di poter fare nostra la Natura e di poter spostare ogni suo limite un po’ più in là, distruggendo tutto?
Guardo fuori e vedo la pista del Col Alto, i prati, e penso agli invasi nascosti e presentissimi, che ci permettono di sciare anche quando ormai nevica raramente. Non lo dico in maniera ipocrita, perché anche noi viviamo qui e viviamo anche grazie a tutto questo. Il turismo ha dato alle nostre valli un benessere che poche generazioni fa sarebbe stato impossibile immaginare. Proprio per questo dovremmo chiederci dove finisce il piacere della montagna e dove comincia il suo turismo (industriale).
Mi ha colpito, in questo senso, la storia del Dobratsch, in Carinzia. Anche lì si sciava e, dopo alcuni inverni con poca neve, si pensò di ricorrere all’innevamento artificiale. Il Dobratsch è anche una fondamentale riserva d’acqua per Villach, e la tutela delle sorgenti rese incompatibile quel tipo di sviluppo turistico. Gli impianti vennero rimossi e nel 2002 nacque il primo Parco Naturale della Carinzia. La montagna non morì e nemmeno il turismo scomparve: semplicemente cambiarono le attività che vi si praticavano. Certo il Dobratsch non è un modello da copiare in Ladinia: la nostra economia, la nostra storia recente e il lavoro di migliaia di persone sono legati allo sci. Mi interessa però l’idea che lo sviluppo possa coesistere con la possibilità di rinunciare a qualcosa. Siamo abituati a pensare al progresso come un’aggiunta continua: più impianti, più servizi, più persone, più fatturato. Facciamo fatica ad accettare che un limite naturale sia semplicemente un dato di fatto e non debba necessariamente diventare un problema tecnico da risolvere.
Lo stesso paradosso lo vedo nel modo in cui oggi viviamo i luoghi: penso alle lunghe code per mangiare un dolce che si troverebbe ovunque e ai turisti circondati da un’immensa bellezza che finiscono per ometterla pur di avere la stessa foto che hanno tutti gli altri, pur di poter dire che anche loro c’erano. La smania è quella per i luoghi autentici e poi, una volta raggiunti, ci si mette in fila per mangiare un krapfen.
In “Not Dark Yet” Bob Dylan racconta un uomo che vede il tempo passare mentre ha la sensazione di essere fermo, colonna sonora che assomiglia ai nostri anni: ci muoviamo moltissimo e costruiamo e innoviamo e investiamo, ma non sappiamo davvero dove stiamo andando, conta solo andare. Spero almeno che non sia ancora buio, forse abbiamo ancora il tempo di decidere che cosa vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi.
Non dobbiamo salvare la montagna, sopravvivrà egregiamente a noi, molto presenti e poco eterni, quanto piuttosto recuperare un po’ di quel limite che i nostri vecchi avevano inserito nelle storie delle Ganes per ricordarci che la montagna è casa nostra senza che noi ne siamo i padroni chiavi in mano. Tra cento anni qualcuno guarderà ancora il Col Alto e forse parlerà ancora ladino. Spero che possa riconoscere qualcosa che abbiamo avuto la fortuna di vedere anche noi e pensare che, pur sapendo quanto fosse complicato, non abbiamo consumato tutto nel nostro presente.
.m

