Maggio arriva sempre in punta di piedi, porta luce e giornate che si allungano, promesse di nuove stagioni e di vita che torna. La natura avanza con calma antica e il mondo continua a tremare. I prati si fanno più verdi, la terra è grassa, il cielo più blu e le notizie restano scure. Bombe, sirene, fughe, polvere, fuoco, macerie. Morte. Un dolore che nessun bollettino riesce a raccontare perché ogni guerra è una conta incompleta di nomi, di case, di infanzie, di mani che non si ritroveranno più. Che ne sappiamo noi dei sogni distrutti?
Noi lavoriamo nell’ospitalità e per vocazione siamo abituati a parlare un’altra lingua. Parliamo di accoglienza, di qualità del tempo, di paesaggio, di riposo, di tavole apparecchiate con cura, di dettagli che fanno sentire una persona attesa e riconosciuta. Siamo, in un certo senso, artigiani di pace al dettaglio. La guerra, per noi, sembra lontana, in un altro universo, ma sarebbe un errore pensare questo. Forse il mondo della globalizzazione è finito, quell’idea di pax economica che ci avrebbe salvato non è più attuale, e la connessione più grande che resta è quella della guerra.
Oltre al dolore più evidente ce n’è uno più lento, più insidioso: il danno che la violenza dell’uomo infligge a Madre Gaia. Ogni conflitto lascia un’impronta che non finirà con il silenzio delle armi. La guerra è come un cancro: rovina il suolo, sporca l’aria, altera l’acqua, interrompe cicli naturali, avvelena filiere, compromette raccolti, sposta equilibri che sembravano dati per scontati. La guerra non devasta solo città e vite, devasta anche le condizioni che rendono un territorio fertile e abitabile. Anche nelle sue economie di mercato: lo sapete che in Sardegna esiste una delle più grandi fabbriche di bombe d’Europa? Perché?
Ed è qui che il nostro mestiere smette di essere alieno rispetto al discorso stesso: l’ospitalità vive di elementi fragili e profondi. Vive di paesaggi integri, vive di acqua buona, di cibo sano, di una mobilità possibile. L’ospitalità si basa sulla fiducia che il mondo possa essere attraversato senza paura. L’ospitalità è desiderare un luogo invece di doverne fuggire. Se queste condizioni mancano, il turismo manca. Il turismo è figlio di una civiltà dello scoprire. Se il viaggio è paura, mi chiudo in casa.
Per anni il turismo ha coltivato l’illusione di essere una sfera leggera, quasi separata, come se il benessere fosse un’isola autosufficiente, come se bastassero una bella vista, un letto comodo e un servizio impeccabile per costruire un’esperienza compiuta. Oggi questa idea è troppo limitata, non basta quando il pianeta ci mostra con evidenza che ogni gesto produttivo ha un costo, che ogni materia prima viene da un luogo che può essere stato custodito oppure sfruttato.

Chi lavora nell’ospitalità ha necessità di saperlo e ogni scelta dovrebbe parlarne. Parla ciò che compriamo, la trasparenza con cui scegliamo un produttore, il modo in cui pensiamo la mobilità, l’energia, lo spreco, la stagionalità. Il modo in cui guardiamo alle persone che arrivano a lavorare con noi parla, perché talvolta portano dentro storie che vengono da territori feriti, o da fughe, da perdite, da nuovi inizi forzati. Penso ad Anastasiia, Oksana, Hanna, signore ucraine che lavorano con noi; penso a Folarin, che dal Niger ha attraversato il deserto. Penso a chi indietro non ha più nulla.
Cerchiamo di immaginare un’ospitalità più consapevole, più adulta, meno orpello. Un’ospitalità che non rimuove il male del tempo, in fondo vendiamo camere, ma sceglie di stare dalla parte opposta rispetto alla logica del mero profitto. Non fermeremo una guerra scegliendo una farina, un vino e il suo fornitore o una mobilità meno aggressiva. Possiamo però rifiutare l’idea che queste scelte, seppur piccole, siano irrilevanti. Ogni scelta conta. Il nostro mestiere non deve essere complice della distrazione generale.
Maggio arriva, ci prepara alla stagione estiva e l’ospitalità può servire anche per testimoniare un’altra idea di presenza umana su questo nostro pianeta acqua. In un mondo di tiranni che continua a ferire il pianeta e chi lo abita, forse il compito più alto dell’ospitalità è creare una possibilità di gentilezza che non sia cieca, ma consapevole. Non smettiamo di interrogarci sull’origine delle cose, sul peso dei processi, sulla giustizia delle scelte.
Dobbiamo ospitare facendo il bene: è il lascito che doneremo al futuro, rileggiamo Primavera silenziosa di Rachel Carson intanto, oggi è maggio!
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