Siamo al Verde. E avremmo bisogno di Verde. Ma dove sono finiti i Verdi?

Cara Aquila, ti cerco in cielo da qualche giorno ma non ti vedo. Forse sei fuggita dal baccano olimpico di Cortina, magari stordita da quel clamore a cinque cerchi, o forse sei alla ricerca di orizzonti più silenziosi. Quando tornerai, sappi che ho riletto una struggente poesia di Hermann Hesse, “Giorno d’Inverno”: versi che parlano della fine di un amore importante, della nostalgia per ciò che poteva essere e non è stato. Come per noi che eravamo giovani negli anni ’80, innamorati della promessa di un futuro che, come un amore finito, vorremmo poter riabbracciare, come rose non colte.

Oggi parleremo allora di quella fine, di come un rapporto idealizzato si interrompa, ma anche di come era iniziato. E parleremo di come, ora che siamo davvero “al verde”, in tutti i sensi, sia ecologico che economico, avremmo un disperato bisogno di Verde e Verdi intorno a noi. Eppure, i Verdi sembrano scomparsi, distratti da altre battaglie, impantanati in una logica di potere che li allontana dalla terra da cui erano partiti e dalla gente che avevano un poco illuso.

Viviamo in un tempo estremamente polarizzato, un caos dove tutto è nero o bianco, fascio o falce e martello: in questa irragionevole dicotomia, mancano la riflessione e la ricerca di un polo diverso, un luogo nuovo dove tornare alla realtà serena delle cose, affrontando le sfide presenti e future col lume della ragione e del Bene Comune.

Altro che illuminismo nero, vero signor Yarvin? Yarvin è il profeta dello Stato che diventa tecnocrazia, dove chi possiede i media, i social e la tecnologia di consumo può controllare le masse e il potere… d’altronde conosciamo tutti il Sig. Trump.

E dunque, perché questo spazio di azione concreta non è occupato stabilmente da un vero partito “Verde”?

Alexander Langer, padre del movimento in Alto Adige, vedeva l’ambientalismo non solo come un insieme di politiche, ma come una conversione del modo di immaginare il progresso, portando avanti ambiente e giustizia sociale. A pochi giorni da quello che sarebbe stato il suo ottantesimo compleanno, chissà cosa penserebbe del mondo di oggi, così frenetico e sordo ai richiami della natura.

I Verdi sono nati per essere al di fuori dalla solita questione destra-sinistra, ma col tempo si sono smarriti in alleanze di sinistra che li hanno allontanati dalla gente, perdendo quella diversità che era il loro vantaggio iniziale. In Italia, questa associazione con la sinistra radicale impedisce di intercettare elettori ambientalisti non di sinistra. Dal simbolo col Sole che ride sembra quasi si sia passati al “non ci resta che piangere”, un lamento costante che non produce cambiamento, anzi peggiora la situazione.

Il movimento dovrebbe tornare alle basi: comunione, incontro, ricerca di idee e non di identità prestabilite.

La voglia di Verde c’è, serpeggia tra la gente e tra i giovani. Ero a cena con dei nostri collaboratori qualche giorno fa e l’ideale verde era diffuso e richiesto sia nei ventenni attivisti, sia nelle trentenni italiane di seconda generazione che nei quarantenni calvi. Pensa, Aquila, a quanto sta accadendo nel Regno Unito: Zack Polanski sta portando una crescita significativa ai Greens inglesi. In un sistema bipolare ferreo, si definisce “eco-populista” per opporsi al populismo violento di Farage, spera di trasformare la rabbia in speranza e secondo i sondaggi rappresenta il primo partito tra gli under 50.

I verdi, oggi, si trovano a un bivio: continuare ad essere un tassello dell’ennesima alleanza politica o diventare un movimento più ampio, capace di interpretare il bisogno di un cambiamento radicale. Come ci insegnava Danilo Dolci, che si occupava di nonviolenza attiva in Sicilia, “ciascuno cresce solo se sognato.”

Ecco, allora dobbiamo avere il coraggio di sognare una società in cui il progresso non sia sinonimo di devastazione, partire dalle comunità locali e arrivare a quelle globali.

E mi piace pensare che la risposta ai sovranismi nazionali possa essere un comunitarismo universale di colore Verde.