Avevamo svalutato i piaceri più intimi, amplificato i desideri, digitalizzata la felicità. Eravamo disorientati, avevamo abbandonato la virtù della semplicità. La semplicità di un sorriso, di un abbraccio, la semplicità di essere vigili, dell’importanza di un’azione fondamentale: la contemplazione. L’attenzione a noi stessi, la vigilanza di ogni istante. Sì, perché l’uomo vigile è continuamente cosciente non solo di ciò che fa, ma anche della sua posizione nell’universo e del suo rapporto con l’altro per vedere il mondo, con percezione cosmica e con lo sguardo da una diversa prospettiva, dall’alto.

Avevamo dimenticato l’attenzione da rivolgere alla nostra anima. “Non c’è tempo!”. Non c’era mai tempo, indaffarati come eravamo. Questo tempo fermato a disposizione negli ultimi mesi, ci ha dato la possibilità di riflettere, di stare con noi, di ammirare. L’abbiamo fatto? Oppure abbiamo avuto solo l’occasione di stare connessi con amici reali e virtuali allo schermo di un telefono? Quello che una volta serviva per sentire la voce di un consimile, ora è uno strumento che segna le tappe. È rapido a trasmetterci le informazioni, illudendoci di poter avere accesso alla conoscenza con un clic. Fosse più intelligente, ci direbbe invece che quella che scambiamo per sapere, non è che una disordinata pseudo educazione etico-scientifico-medico-letteraria.

Assistere alle dirette Instagram dell’improvvisato Oliviero Toscani di turno senza avere mai letto nulla di Man Ray e senza conoscere l’impegno civile fotografato in bianco e nero di Salgado, può essere un bel passatempo, può aiutare a socializzare, può aiutarci a vedere la superficie del mondo delle immagini, ma possono anche rivelarsi insegnamenti fuorvianti. In troppi abbiamo dimenticato di saper leggere, ed è così che rischiamo di cadere in una mondovisione soggettiva fatta di una ristretta monovisione. Seguire le notizie flash sul mio telefono, estrapolate dal TG di La7 dove per settimane e mesi non si parla d’altro che di numeri, di statistiche e di morti, può farmi perdere la visione oggettiva di un mondo che non è iniziato a fine febbraio. Con il telefono creiamo il nostro mondo tascabile ad hoc. Un concentrato di illusioni che ci persuade di essere vivi e di vivere nella realtà giusta. Un mondo che può apparire secondo diverse gradazioni di moralità e costume che non si contrappongono tra di esse, ma si mettono una di fianco all’altra. Il telefono è un insieme di tante cose: desideri, segni, linguaggi, sfoghi, egocentrismi, di cuori e di pollici versi, di luoghi dove le persone si accingono a commentare la propria solitudine.

E a proposito di luoghi: oggi il telefono è il non luogo per eccellenza. Il non luogo dell’individuo. Anni fa Marc Augé definiva non luoghi spazi concreti: un aeroporto gigantesco, un centro commerciale, attraversati da una moltitudine di individui che sembravano fantasmi. Quei fantasmi eravamo noi, che oggi attraversiamo la nostra esistenza con lo sguardo rivolto in basso e quel coso in mano. Una protesi illusoria di vita. Certo, tramite il telefono si vivono emozioni, che però non sono sinonimo di stare insieme, di legame. Per i legami servono sentimenti, e questi il telefono non li può creare. Con l’aiuto dello smart-phone ci si può sentire meno soli, ci si può scambiare una parola, buttata lì senza peso. Possiamo trasmetterci desideri reali, fantasie perverse e racconti di memorie, vere o false che siano. Ma non può bastare. È fondamentale cercare e saper riconoscere chi e cosa è veramente reale in quello che per tanti, soprattutto giovani, è un mondo parallelo. Questo mondo digitale va distinto, non demonizzato, facendo in modo di non perdere la capacità di contemplare un cielo stellato. Non ha senso continuare imperterriti a usare un vecchio Nokia -come il sottoscritto- nel tentativo di scampare all’innovazione, se ho la facoltà intellettuale di saper distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato.

Però vi confesso: anch’io ho scoperto Instagram. E ho visto cose belle e ho visto un mondo fatto di spazzatura. Ho visto gente arrabbiata e ho capito anche che se si parla da decenni della distruzione dell’ambiente naturale, la vera guerra invece potrebbe essere quella dei sistemi tecnologici per produrre guasti a catena, paralizzando metropoli intere. E ho capito anche un’altra cosa: che la maggior parte di noi non potrà mai più fare a meno del proprio mondo digitale. Prevedo che per tante persone si stia avvicinando una crisi da telefono, una crisi da overdose. Penso soprattutto ai giovani, proprio loro che hanno tanto bisogno della nostra presenza fisica. Penso a loro che con la mamma impegnata a seguire videolezioni e il papà in perenne videoconferenza, avranno difficoltà a distinguere il reale dal non-reale. E così lo smart mi sembra piuttosto un hard-working invasivo che si fa beffa di qualsiasi tipo di privacy personale.

Il tempo del quale parlavamo all’inizio, quello rallentato, a disposizione in questi ultimi mesi, dov’è finito? Il risultato, a non stare attenti, a non donare la nostra attenzione, è che avremo adolescenti chiusi, paurosi, non vigili, fragili come porcellana cinese con dei fantomi adulti a fargli da guida.

Per fortuna saranno però sempre tanti di loro e tanti di noi, quelli che nonostante la realtà virtuale, avranno tanta voglia di bersi una birra al banco, una Stout alla biraria Murin seduti insieme all’aperto, e allora, di quel telefonino non vorranno più saperne. E vi confesso che anch’io ho una gran voglia di continuare, per sempre, ad abbracciare quell’antico larice, di stringere forte le persone. Finite le mie dirette Instagram, farò parte di quelli che il telefono l’avranno riposto da qualche parte per reinventarsi ancora più umani.

www.laperlacorvara.it